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UMBERTO BELLINTANI 1914-1999

Italiana







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Umberto Bellintani 1914-1999

da Forse un viso tra mille
(1953)

[Fermiamoci un momento, amici]

Fermiamoci un momento, amici.

Quest'albero era

quando ancora non erano

i nostri padri i nostri avi.

Ed ecco io sento che 23223m1210x qualcosa gli devo,

ma non so cosa, amici, ma la mano

mia ecco lo accosta e lo carezza,

e tutta trema la mia mano, amici.

[«Specchio, ma non sono mie queste mani]

«Specchio, ma non sono mie queste mani

e gli occhi, specchio, il volto questo volto

mortale e il naso.»

Questo io sentivo una sera in un caffè

di città, lo ricordo, a Milano.

Era il senso della vita, l'immenso della vita

e poco di poi morivo.

[Quanto quanto piede in piazza Duomo]

Quanto quanto piede in piazza Duomo,

quanto quanto piede

bussa alle orecchie.

Ma dimmi quante vite morte

vanno per le vie:

dimmi quanti cuori vivi

scendono alle tombe.

Sera di Gorgo

Ancora opache innanzi a questa

sera ed umane.

Ora sono delle anime viola

le figure d'intorno al carretto

di chi grida il bel rosso dell'anguria.

E l'asino è un'ombra che sogna

e mastica biada.

Là il cielo è un verde di giada;

una rondine vi si tuffa,

esce, si perde:

è quasi ora di accendere lucerne.

Sono un topo di campagna

Forse un giorno partirò dai campi miei,

dal gorgheggio delle passere di luce

per la grigia città. Me ne andrò

alle pallide ombre dei vicoli,

nella folla dei monotoni passaggi

delle ore sui viali, alla muraglia

delle case contro il cielo delle lodole.

Non avvenga. Lasciatemi all'aperto

mattino, al cammino sulle orme del passato,

alla luna ch'è la Luna al mio paese,

alla casa ch'è la Casa.

Sono un topo di campagna, sono il grillo

che nel cuore mi ricanta ogni sera

se l'ascolto dal paterno focolare.

da E tu che m'ascolti
(1963)

All'aperto

L'uomo che sta accucciato nella vecchia latrina,

guarda il muro avanti a sé e vede

i piccoli grani di sabbia, sotto la mano di colore.

E dice l'uomo a se stesso che è ben vivo

poiché sa di guardar da uomo vivo quelle cose.

Così esce all'aperto, cosciente di sé e felice

entro una luce che poteva essere ben grigia un momento fa,

quand'egli ancora entrato non era

in quella vecchia latrina. Ben vivo

egli si sente, e nulla gli è più signore:

nessun uomo, nessuna cosa, nemmeno Dio.

Perciò cammina ed è padrone di tutto ciò che vede

e sente attorno a sé e lontano:

sia la distesa di campi, sia il bosco del barone

proprietario di pianure e di montagne;

sia la tana del topo, sia il gorgo impetuoso

del fiume che agguanta e annega un temerario

o sfortunato nuotatore;

e sia la nube del cielo e il sole e lo spazio

e tutto il passato e futuro giro del tempo.

Notturno sul mare

E poi che la rumoreggiante onda condusse il suo impeto

alle rocce brunastre scintillanti della luna,

io del mare mi assisi alla riva ed ascoltai

dell'eterno il gigantesco respiro lungamente.

E alti uccelli invisibili valicavano le montagne della notte

sopra le stelle volando, e il loro grido s'udiva argentino

come di acque scintillanti alle creste spumose dell'onda.

E quando - alle tre di notte - una barca raggiunse un vicino scoglio

e vi salirono i tre scheletri giganti di una razza sepolta

e cantando cogli occhi al firmamento s'inzupparono di luna

io vidi non lungi un velieri navigare

e un uomo si teneva ritto ed estasiato sulla tolda.

Lamento d'Africa

Com'era gigantesco e tremendo il gorilla nella collera!

e come il bufalo mugghiava verso il cielo

e l'elefante barriva lungo i fiumi

incantati del Congo.

Com'era lugubre e gigantesco il grido alla luna delle iene.

Il tempo dei giganti è trascorso.

Ora non restano che i nostri gridi pallidi;

e se tu erri per l'Africa, nemmeno il formichiere

pavido trovi a zonzo per le lande

assolate e l'ombrose foreste.

M'hanno divelta la voce, fatta muta.

E se di me un superstite ululato

ancora è in eco, condotto è nei serragli

dove se geme è un lamento di gazzella

ed il guardiano è poi sempre un mio negro.

Com'era libera l'ala degli acquatici uccelli,

e come alta la giraffa monolito di silenzio

era grandiosa solitudine e l'alce

errava l'occhio stupendo nel giro del sole sulle erbe.

O mio negro. O sangue mio negro rullavi nelle vene

come il tamburo della guerra.

Ed ora coli tremante dal mio petto squarciato,

e non un negro che resti atterrito se il vulcano

fragoroso erutta il mio respiro

ultimo dell'ora che s'accosta della morte.

O lo zulù che errava guerriero per la giungla,

perché non s'alza dal letargo e ulula tremendo?

O destatevi, miei negri. Morte, Morte, infrangi le catene

e che il gigante gorilla ritorni alla foresta

ancora e il bufalo strepitante cozzi contro il vento

e la tenebrosa selva odori di quell'arcano profumo

e sia ancora regina. Avvenga il miracolo.

Ma non sarà. Non sarà. Ma come lo spolpato scheletro

del bianco che fermai collo sguardo d'un mio serpente allora

che temerario il suo piede pose nel mio regno

e negli abissi del Sahara affondai urlando ai cammellieri...

ecco io resterò...

Caro vecchio manubrio

Caro pezzo di latta

un giorno non ti vedrò mai più

caro pezzo di latta.

O tu che sei la vita

tutta la vita

un giorno non ti vedrò mai più

caro pezzo di latta.

Caro vecchio manubrio

un giorno non ti vedrò mai più

caro vecchio manubrio.

O tu che sei la strada

tutta la strada

un giorno non ti vedrò mai più

caro vecchio manubrio.

Cara vecchia ciabatta

di mia madre o dell'ava

un giorno non ti vedrò mai più

cara vecchia ciabatta

della madre o dell'ava.

Caro segno nel muro

un giorno non ti vedrò mai più

caro segno nel muro.

O tu che sei memoria

tutta la memoria

un giorno non ti vedrò mai più

caro segno nel muro.

Caro vecchio catino

così tutto squarciato

un giorno non ti vedrò mai più

caro vecchio catino

così tutto squarciato.

O tu che sei fresc'acqua

tutta la fresc'acqua

un giorno non ti vedrò mai più

caro vecchio catino.

A passo di strada

Il ciuco cammina nel vetro

dell'aria, fanghiglia lo stampa

nel piede, lontano

quel canto di gallo e la croce.

Ma liuto non ho

per quanto mi s'agita in petto

la volta che senso mi prende

del chiaro e del buio. E canto

con note comuni e stonate

al passo di strada la voce.

E tu che m'ascolti, perdona,

buon uomo affacciato al balcone

che dà sulla strada, su me

cantante con povera chitarra.

Fu quella la mia gente

E un giorno in una torbida

luce accanto ad uomini intenti

a guardare nelle bocche dei cavalli

ho vagheggiato parole,

come schiocchi di fruste

urtantisi in un'aria

di terra d'ombra sonora,

e d'albero che si spacca

o si torce colpito

da saetta.

Ghignavano i cavalli.

Ed ho pensato a qual mai

dio s'affidavano

quelle figure di torba.

Mi dissi di quale razza mi sentivo.

E il cuore mi batteva forte forte.

Fu quella la mia gente,

di buon sangue plebeo,

staffilata per secoli,

serva della gleba,

e abbarbicata alla mia vita

come la mano di Rodin

al masso.

Per un bambino che non conosce più i passeri

Urlavan lungi dei cani (o eran gufi?).

Urlavan lungi dei cani e c'eran gufi;

e come assassini i morti si muovevano rasenti i muri del cimitero

quando il ragazzino si trovò

solo solo nella notte.

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,

ché un fruscio d'erbe lo soffocava come un serpente

e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.

Come assassini i morti si muovevano rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l'uso della parola,

e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli

e il senso naturale delle cose.

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,

ma pare un angelo divino contemplante

profonde luci assorte in se stesso.

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto

e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,

io non so dirti s'è sfortuna a lui toccata

o s'è migliore la sua sorte, più benigna

che al fanciullo intento a suddividere

in bianchi e neri i dadi del suo gioco.

Amerigo Scalabrino

Al posto del cuore non aveva

una pietra, Amerigo Scalabrino.

Ma un pugno aveva di farfalle e un pugno

di uccellini, così piccoli

che a tenerli sul palmo della mano

tanti ne contavi quanti

avrebbero fatta la gioia di un fanciullo

insaziabile. Perciò

a volare nei giorni a primavera

ci godeva un suo mondo. Ma appena

un pigolio avvertiva, un singhiozzare

di gattino o d'insetto la sua anima

si rompeva in infiniti frantumi

e tutta quanta si perdeva

allora in un gran buio.

Non solo per un Baby

Quando il fetore raggiunse il guardiafili

che poco lungi passava, da quell'orrida

morte di bimbo riportata dai giornali

s'alzò un colombo e leggero volò via.

Ma non solo per il Baby rapito e ritrovato

cadaverino già in sfacelo in quella cava,

ma pur pel ragno che s'avventa sulla mosca

per lo sparviero che s'abbatte sul fringuello,

da questo bacio di sole un uomo può

qui farsi schermo con un colpo di coltello.

Dolce chiude l'ora di sera

Forse non esiste Dio. Forse

solo il rapporto

fra noi esiste e gli alberi

annosi o appena d'anni

uno e le erbe

e i coccodrilli e il buon tepore

della sera. Non v'è

che poi la morte ed altro ancora

innanzi ad essa da soffrire. Ma poi tutto

per lei si placa; e in noi s'alterna

timore d'essa e quieta attesa

del suo riposo:

così

oggi è da porre questo giorno fra non quelli

di sofferenza e sgomento: dolce chiude

l'ora di sera col risorgere di una

ampia stellata. Dunque

forse soltanto un dolcissimo rapporto

fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa

lento e veloce.

da Nella grande pianura
(1998)

[Io cara mi espando nella grande pianura]

Io cara mi espando nella grande pianura

ed estasiato l'ammiro, e questo vento...

che qui mi batte sopra il petto è tutto il vento

che quelle rupi d'alti monti ha valicato

col suo fragore.

Popoli e popoli di mucche raduno e spingo a un mare

che lungi alto biancheggia, più lontano

dell'aldilà dell'aldilà da dove gira

per il ritorno splendente la cometa.

Oh ma questa vita ha bisogno di spazi ampi come

l'universo,

e di tremende notti, e di burrasche dove

il grandioso mare s'esprima per tornare

indi in bonaccia per dirci come immenso

è il suo respiro.

E l'usignolo, mia vita, l'usignolo?

Là nella notte canta quando al bosco

è fragoroso il silenzio e più non c'è

chi veglia nei borghi e le città.

Canta. E il suo cantare, amore,

è firmamento stellato.

O gorgheggiare antico e nuovo della

gran solitudine,

io parlo al trampoliere quando al sole sosta sulle sabbie

in punta all'isola remota, alla balena

io sempre parlo e al murmure sonoro

delle incantate foreste. Sono

io uomo del passato e del futuro,

e non v'è canto che non oda né lamento

che non mi giunga fragoroso d'armonie

in questo d'ombre notturne vagolare

ed albeggiare della luce che principia

il suo clamore...

È la mia pianura ancor più vasta e sonora d'un gran mare.

E qui ti parlo e non v'è cosa

che io non senta grandiosa e il contemplare

in quest'immenso respirare d'una lucciola

appena o d'una fronda

io confondo immortale il mio respiro.

Qual grazia di te

Te amo, silente pianura cara.

Soltanto che vorrei da una collina

mirarti allorché sollevi al giorno

l'allegro cicaleccio delle passere.

Qual grazia di te m'è tutta intorno

per dirmi del dolce e dell'amore.

Ma la bella elevata nel sereno

collina non c'è, pianura cara.

Non posso così vederti come

Iddio la gran mandria delle stelle

brucanti lo spazio, com'Egli

sentirmi estasiato pastore.

Pur godo mirarti da quest'argine

serena addormirti stasera,

e lungi il muggito d'un tuo bove

mi parla di te, madre dolcissima

Alla memoria di Salvatore Fancello

Ecco non tedesca la mattina.

E dall'arca del cuore una colomba

spicca il volo e la seguono le rondini

alla verde collina di Gorlitz.

Lo dissi un'altra volta, fu di sera.

Morto tu non sei se la memoria

spinge al cuore la mandria dei giorni

cui facevi da pastore.

E la tua voce ha il timbro di allora,

stesse mani si gettano nei giochi

estrosi delle forme e come esperto

agivi in belle cose.

Dimmi della lieta compagnia

all'attacco dei sogni avventurosa,

dell'amore che portammo alla gloria

che veniva amorosa

quotidianamente.

[Poiché veramente sono fratello]

Poiché veramente sono fratello

del topo nella bocca della gatta

che svelta se ne corre via

e sopportare non posso il ragazzo

scemo che inchioda al tronco

dell'acero la lucertola

ecco che uccido il ragazzo

con il cuore e gli tronco le mani,

poi rendo la testa della gatta

in poltiglia con colpi di pietra

ed è davvero perché sono fratello del fossato

della latta arrugginita e dei ciottoli

della strada e di ogni essere che vive o non vive

ecco che amo e odio follemente il mondo.

Chiodo assai vecchio

Questo chiodo è mio padre:

(è il Mille Novecento Venticinque,

trascorsi circa cinquant'anni

e non c'è mio padre

sotto terra).

Questo chiodo sono anch'io.

E mi appendo a questo chiodo

mi trafiggo il petto

mi inchiodo.

Questo sole - che sole!

Non è inverno ma estate,

e questo sole è il cuore

vivo sempre di mio padre.

Questo sangue è il rosso

sangue acceso di mio padre.

Mio padre è sempre vivo

in questo chiodo di un rosso

color ruggine stravecchia

di quanti anni non si sa.

Agli amici di Siena

Non sono qui, io sono a Siena.

Ma sono qui e non sono a Siena.

E per questo se soffro è dire poco.

Portatemi per favore a Siena:

devo ascoltare Duccio di Boninsegna,

Guidarello sul cavallo, la Maestà

di Duccio e di Simone, il Buon Governo.

(Ho finito adesso di vangare.)

E la Nascita della Vergine di Pietro

fratello di Ambrogio? la semplicità

vorrei dire inesauribile della nascita

di Maria, la verità?...

Taccio di tant'altro perché soffro.

... Ma le pietre

le case dell'antichità... Ditemi, le pietre?

Ricomincio adesso a vangare. Terra

della mia straamata Lombardia. Ma sono qui.

Sempre qui. Non sono a Siena.

Altro non sto a dirvi, cari amici.

Ricordatemi a Siena e una fronda

di ginestra portatela a Federico.

Le mie parole amate

a Sosi e Gino

Le mie parole sono capra

ed erano capra e pecora

le mie parole sono zappa

e asino vanga e pietra

per affilare la falce erba

medica farfalla e ragno

nella ragnatela al sole

nel granturco e mulo erano

e cavalla scrofa carretto

le mie parole amate.

Una notte di proiezione di un film
dei giovani registi tedeschi

Nella notte ho stramaledetto Dio veramente e con folle rabbia,

una lava rossa e nera che mi saliva dal profondo delle viscere.

Avevo ordinato alla portoghesina Ino un toast

e l'avevo mangiato di gusto prima che mi venisse su dal profondo

l'ira e lo sconforto.

Avevo visto un film della Germania Pallida Madre

«L'enigma di Kaspar Hauser» del regista Werner Herzog

uno dei giovani tedeschi della Germania Pallida Madre

(è stato tolto loro il finanziamento dal Governo della Germania

Federale e l'hanno dato ai costruttori di flippers

e ai Circoli Cittadini dove si gioca il danaro e si balla

ogni tanto colle vacche Signore dei Signori, quelle

cui puzza l'alito cretino delle ascelle e del cervello.

Nella notte avevo stramaledetto Dio nella notte della notte.

E nella notte ripetevo quello che avrei scritto giunto a casa,

e giunto a casa nel cortile pensai di essere pugnalato alle spalle

mentre orinavo e cercavo in cielo la luna che non c'era

perché sprofondata di prima sera sotto la linea dell'orizzonte.

Questa è una delle tante poesie che devo scrivere

che devono urlare dalle gole dei padri nelle gole dei ragazzi

che le grideranno dappertutto lungo le strade del Duemila

affinché si piangano i vivi di sangue e di anima che sono morti

e si decapitino i morti perché siano seppelliti senza le teste.

Giorgio Orelli

1921

da Poesie
(1953)

Augen, sagt mir, sagt, was sagt ihr?

Ahimè che solo un bulbo

marrone

mi volgi pertinace!

E niente turba la festiva pace

delle tue spalle: un nulla ci separa:

due palmi, anzi i tuoi stinchi, ora che stai

inginocchiata. Sei

un grumo di ricordi solo, miei,

della mia adolescenza: grumo, bulbo,

fitto silenzio, stagno.

Posso chiamarti con il nome scritto

su un muretto, col gesso, da un compagno.

da L'ora del tempo
(1962)

Sera a Bedretto

Salva da Dama asciutta. Viene il Matto.

Gridano i giocatori di tarocchi.

Dalle mani che pesano

cade avido il Mondo,

scivola innocua la Morte.

Le capre, giunte quasi sulla soglia

dell'osteria,

si guardano lunatiche e pietose

negli occhi,

si provano la fronte

con urti sordi.

Frammento della martora

...

A quest'ora la martora chi sa

dove fugge con la sua gola d'arancia.

Tra i lampi forse s'arrampica, sta

col muso aguzzo in giù sul pino e spia,

mentre riscoppia la fucileria.

Nel cerchio familiare

Una luce funerea, spenta,

raggela le conifere

dalla scorza che dura oltre la morte,

e tutto è fermo in questa conca

scavata con dolcezza dal tempo:

nel cerchio familiare

da cui non ha senso scampare.

Entro un silenzio così conosciuto

i morti sono più vivi dei vivi:

da linde camere odorose di canfora

scendono per le botole in stufe

rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,

tornano nella stalla a rivedere i capi

di pura razza bruna.

Ma,

senza ferri da talpe, senza ombrelli

per impigliarvi rondini;

non cauti, non dimentichi in rincorse,

dietro quale carillon ve ne andate,

ragazzi per i prati intirizziti?

La cote è nel suo corno.

Il pollaio s'appoggia al suo sambuco.

I falangi stanno a lungo intricati

sui muri della chiesa.

La fontana con l'acqua si tiene compagnia.

Ed io, restituito

a un più discreto amore della vita...

A mia moglie, in montagna

Dal fondo del vasto catino,

supini presso un'acqua impaziente

d'allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,

ora che i viandanti dalle braccia tatuate

han ripreso il cammino verso il passo,

possiamo guardare le vacche.

Poche sono salite in cima all'erta e pendono

senza fame né sete,

l'altre indugiano a mezza costa

dov'è certezza d'erba

e senza urtarsi, con industri strappi,

brucano; finché una

leva la testa a ciocco verso il cielo,

muggisce ad una nube ferma come un battello.

E giungono fanciulli con frasche che non usano,

angeli del trambusto inevitabile,

e subito due vacche si mettono a correre

con tutto il triste languore degli occhi

che ci crescono incontro.

Ma tu di fuorivia, non spaventarti,

non spaventare il figlio che maturi.

da Sinopie
(1977)

Ginocchi

Ma tu che sol per cancellare scrivi.
Dante, Par., XVIII, 130.

Io sono uno studente e studio su una terrazza contro i prati in pendìo

dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti sciss.

Il fucile è qui, accanto a me.

Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni poco

mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.

Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell'attimo che giunge

                                    [alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.

Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo una gomma

                                                                                                [biancicante.

Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello: t'amo.

La dichiarazione è così netta che arrossisco, l'attenuo fregandovi il pollice.

Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.

La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.

A Giovanna

C'era una gran calma. E poiché

non eri riuscita a mangiare il carillon

né il leprotto né il barboncino bianco

né quell'altro bestiolo che neanche tua madre

sa se sia un asinello o un cavallino

o altro che ai nostri tempi scarseggia,

dopo l'amen del rutto ti portammo un po' fuori.

C'era proprio una gran calma domenicale, e una nebbia

leggerissima, tinta d'azzurro

donde a un tratto emergevano castelli

senza una goccia di sangue, pali

da vigna bianchi, toccati

di verderame, fuggenti sui pendii,

rocce striate di sonno.

                                    Oh non vacillavamo nella nebbia

tua madre ed io, tu ci tenevi d'occhio

anche dormendo, andavamo pian piano,

molto di qua dal fiume andavamo pian piano

su quell'isola appena riemersa, tra quei pascoli alti,

per campi lieti di trasudare,

e dalla nebbia innocente giungevano gridi

simili a quelli dei tuoi piccoli animali,

e avessi visto come correva l'agnello

colore del prato invernale

dov'era rimasto solo.

A metà strada incontrammo altre madri,

altri padri, con la Paola nata

poco prima di te, con la Maura nata poco dopo,

ma tu ti chiamavi Giovanna, e, mentre le mamme

che non si conoscevano, nemmeno dalle lezioni serali

di ginnastica (senza cappello la tua, quel cappello

per cui cento pernici sono morte),

dicevano il colore degli occhi e dei capelli

e il tempo non passava, noi padri, vecchi amici, un po' più in là,

per far qualcosa ci coprimmo di nebbia

a segno che le madri ci chiamarono

come fossimo andati lontano.

Tornammo per la strada maestra

e fu tutt'altra cosa: la nebbia inghiottiva i palazzi,

convocava timori intorno a noi.

A Giovanna, sulle capre

No che non sono cattivose le capre di Dalpe.

Più che la voglia ingorda e l'anima vagabonda

saggezza le sospinge nei luoghi

più solivi della nostra conca

quando l'inverno è quasi senza neve,

e in giorni come questo luminosi,

vedi, non hanno corpo, non sono che macchie

nere sul greppo; e quella, immota contro il cielo,

potremo attraversarla tenendoci per mano.

Presto esulti, le chiami, gli porti fili d'erba,

lasci che l'una o l'altra ti venga a trovare,

e mentre t'annusa le tocchi il piccolo campano

che suona leggero ma franco più delle campanelle

dell'albero di Natale.

Guardala bene negli occhi, osserva

la tenace pupilla, e come (non piangere, non vanno)

a una giusta distanza ci circondano

e pregano per noi.

Dal buffo buio

Dal buffo buio

sotto una falda della mia giacca

tu dici: «Io vedo l'acqua

d'un fiume che si chiama Ticino

lo riconosco dai sassi

Vedo il sole che è un fuoco

e se lo tocchi con senza guanti ti scotti

Devo dire una cosa alla tua ascella

una cosa pochissimo da ridere

Che neve bizantina

Sento un rumore un odore di strano

c'è qualcosa che non funziona?

forse l'ucchetto, non so

ma forse mi confondo con prima

Pensa: se io fossi una rana

quest'anno morirei»

«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?

Vedi i topi andarsene compunti

dal Centro Storico verso il Governo?»

«Vedo due che si occhiano

Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio

Vedo un fiore che c'era il vento

Vedo un morto ferito

Vedo il pennello dei tempi dei tempi

il tuo giovine pennello da barba

Vedo un battello morbido

Vedo te ma non come attraverso

il cono del gelato»

«E poi?»

«Vedo una cosa che comincia per GN»

«Cosa?»

«Gnente»

(«Era solo per dirti che son qui,

solo per salutarti»)

Se

«Signori, se per delirio d'ipotesi passassero nel nostro cielo

[così bello, quando è bello, così splendido, così i pace]

cento aeroplani a reazione ed uno precipitasse, ebbene,

due terzi di Bellinzona andrebbero distrutti per la fuoriuscita

di cherosene. Signori, se (sempre per delirio d'ipotesi) si rompesse

la diga del Luzzone (un moto sismico una frana e addio

resistenza al cento per cento) dopo un'ora e cinquantotto minuti

a Molinazzo l'acqua raggiungerebbe i quattro metri.

Insomma intorno a noi, signori, grandi sono i pericoli

e numerosi e non ho bisogno di dirvi che il panico è paralizzante,

per cui occorre una Difesa Civile non solo ideologica

(intendo la difesa dell'ideale d'un certo tipo di democrazia,

di rispetto delle libertà fondamentali e dei valori spirituali

e morali, ma di questo parleremo più tardi).

Certo siamo ai primordi, siamo appena agli inizi, signori,

ma mi accorgo che il ghiaccio è stato rotto e

mi fa piacere:

grazie».

Sinopie

[...]
mentre in disparte l'umiltà dei vinti
[...]
C. Rebora,
Framm. XXXIV

Ce n'è uno, si chiama, credo, Marzio,

ogni due o tre anni mi ferma che passo

adagio, in bicicletta, dal marciapiede mi chiede

se Dante era sposato e come si chiamava sua moglie.

«Gemma», dico, «Gemma Donati.» «Ah sì, sì, Gemma»,

fa lui con un sorriso, «grazie, mi scusi.»

                                                                  Un altro,

più vecchio, che incontro più spesso, son sempre io a salutarlo

per primo, e penso: forse si ricorda

d'avermi aiutato, una notte di pioggia e di vento ch'ero uscito

per medicine, a rimettermi in sesto con suoi ferri (a quell'ora!)

una ruota straziata dall'ombrello.

Un terzo, quasi centenario, sordo, per solito

se appena mi vede grida: «Uheilà, giovinotto», e dal gesto si capisce

che mi darebbe, se potesse, una pacca paterna sulla spalla,

ma talora si limita a sorridermi, o, ad un tratto, eccitato

esclama: «Ha visto! La camelia è sempre la prima a fiorire»,

o altro, secondo le stagioni.

                                              D'altri

pure vorrei parlare, che sono già tutti sinopie

(senza le belle beffe dei peschi dei meli)

traversate da crepe secolari.

In memoria

È bastato un uccello che fuggisse

di sotto ai rami schietti d'un sambuco

e un attimo radesse l'acqua verde

per ripensare a te, convinto

com'eri che «una fine con spavento

è meglio d'uno spavento senza fine»

(ancora annominatio, disco rotto).

Ma ecco avvampa nel suo training rosso

l'ex allieva che non ricorda nulla

e si ritempra col percorso vita.

Di stazione in stazione

eccola che s'arresta: flette, tende

il tronco, alza le braccia in alto,

le bilancia in avanti, poi cerchi.

salti accosciati, costali

sugli ostacoli, senza trascurare

le ginocchia, le anche,

                                      fino al ponte

dove ti ritrovarono.

da Spiracoli
(1989)

Nebelzone

Al ritorno la patria

non odorava più

di letame, la strada luccicava

di mica e nella nebbia eri tu

che ci passasti accanto

con un lepido camion

di giocattoli gialli, rossi, blu.

Per la madre di mia moglie

Questi svelti mirtilli che ti mando

li ho colti in una pioggia tutta trafitta di sole,

li ho visti a un tratto mischiarsi a una grandine

da ridere

                (a Parigi

i negri si toglievano dai ricci

i chicchi scivolati dalle tende

del Marché).

                      So che stai con mille spilli

in una gamba e santo non c'è che l'adocchi

e in un amen risani come nel quadro in chiesa,

pure non puoi disperare:

miracoli ne fanno anche altre mani.

Stop

D'improvviso una frotta di colombi

volò sopra di noi verso la rupe

spogliata del castello e allungandosi in fila

sparì nel buio verde immaginario

d'una cruna.

Ma non diceva nulla alla signora

che avevo salutato e ormai piccioni

ce n'era a bizzeffe, colore d'asfalto

e nell'alzarsi macchiati di STOP.

Moosackerweg

Gorgogliavi al telefono come i fagiani

del Tremorgio ascoltati dalla costa

che sale al Campolungo

prima che vadano in pianta o dal lago

in barca col guardiano Isidoro detto il Monco.

Ora andiamo guardinghi fra giardini

dove s'addensano dalie screziate,

verso gli atri muscosi

promessi dalla via.

                                Non ti ferisce il sole,

imbozzolato quanto basta, non ti disturba il ghiaìno

sparso con parsimonia. Garbatissimi cani

levano appena un guaìto (taceranno al ritorno).

C'è chi innaffia, chi uguaglia o sfoltisce

siepi di sempreverdi, chi ancora raggiunge una noce,

uomini soli di sabato, l'uno distante anni luce dall'altro,

grüezi rispondono quasi sorpresi al saluto,

grüssgott mentre con loro riflessi violacei

giungono placidi corvi che disertano un folto congresso

in cielo per trascorrere qui, non privi di grazia posarsi

su betulle, su meli...

Esperti di sorrisi-di-dormienti

all'ombra e al sole, tua nonna ed io non tardiamo a capire

quel che vuoi dirci: «Tutte quelle mele

così rosse sul ciglio della strada,

non raccoglietele, non sono buone,

da queste parti finito il raccolto è difficile

trovarne anche una sola che sia tutta sana,

bella liscia, non aspra. Ma non conta, ben altro

può riempirci di gioia o contristarci, ben altro

irridere a un tratto le nostre scarse difese».

                                                                        Hai ragione,

Matteo, non importa, procedamus cum pace.

Le anguille del Reno

Le anguille che ci arrivano dal Reno

sono dure a morire. Stimolate

dal pescivendolo s'agitano

nerastre in scarso ghiaccio

tra un bianco di polistirolo.

Il compaziente fatto compratore

ne chiede due. Le pesa una donna

che a un tratto grida: è scappata.

Con un guizzo più certo la più piccola

è balzata dal piatto sul porfido

della piazza, ma è subito calma,

è facile riprenderla.

Tagliarle a pezzi non basta

per farle cessare di vivere.


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